“Stereotipi e luoghi comuni”: i preconcetti del nostro pensare

9925_1217973602807_1032897227_704110_1455862_n.jpgdi Anna VOIG

“Amici miei, come state?

Eccomi pronta per un nuovo incontro!

Dopo le nostre ultime chiacchierate torno da voi con una nuova riflessione, questa volta sugli stereotipi che troppe volte governano (e spesso limitano) i nostri processi percettivi nella vita di tutti i giorni.

Durante lo studio di alcuni testi universitari, e in particolar modo uno dell’autore Walter Lippmann sono emerse valutazioni interessanti, che vorrei condividere.

Pare infatti che ciascuno di noi vive ed opera su una piccola parte di superficie terrestre vedendo, di tutti gli avvenimenti pubblici che hanno vasti effetti, al massimo una sola fase o un aspetto.

Inevitabilmente, le nostre opinioni coprono uno spazio più ampio e debbono quindi, essere costruite sulla base di quello che ci viene detto dagli altri. Il fatto è che sono pochi i fatti che la nostra coscienza registra come effettivamente sono… la maggior parte di essi sono appunto costruiti attraverso un resoconto prodotto da colui che ha potuto osservare “di persona” il fatto in questione.

Ora però, il ruolo di questo osservatore-referente è sempre selettivo e, molto spesso, anche un po’ troppo creativo.

Facciamo un esempio, emerso da un simpatico esperimento in cui 40 osservatori dovevano scrivere un resoconto responsabile di una scena di zuffa accaduta davanti i loro occhi. Più della maggioranza di loro ha visto una scena che in realtà non aveva avuto luogo.

Ma allora, che cosa avevano visto? Perché non raccontare quanto accaduto, invece che inventare qualcos’altro? Chiedendo agli interessati, nessuno ha detto di essersi discostato da quanto visto, e tutti giuravano di aver fornito una descrizione fedele.

Fedele però ai propri stereotipi di zuffa!

Tutti loro infatti, nel corso della vita avevano acquisito una serie di immagini di zuffe, e in ben 34 dei 40 osservatori questi stereotipi si sono appropriati di buona parte della scena raccontata.

La spiegazione a questo nostro comune atteggiamento è che, date le forme quasi innumerevoli che assumono le cose o le situazioni, unite alla nostra scarsa attenzione, sarebbe davvero difficilissimo richiamare tratti e caratteristiche talmente precise e chiare da poter fare a meno delle forme stereotipate che abbiamo nella nostra mente.

L’osservatore inesperto allora, sceglie nell’ambiente segni riconoscibili: i segni sono al posto delle idee, e queste idee vengono riempite del nostro repertorio di immagini.

Queste forme stereotipate provengono da diversi settori, come la pittura, la scultura, o anche dai nostri codici morali, dalla nostra filosofia di vita e, non per ultime, dalle nostre agitazioni politiche.

Facciamo un altro esempio e supponiamo che un tale non abbia ancora avuto possibilità di ammirare un paesaggio al tramonto, ma ha potuto vederlo attraverso dei dipinti appesi in casa, dai quali ha appreso che un paesaggio è un tramonto rosato o una stradina di campagna con il verde intorno.

Un giorno decide di andare in campagna ma per varie ore non vede alcun “paesaggio”. Il sole poi cala e diffonde una luce rosata… in quel momento il tale riconosce un “paesaggio” ed esclama che è davvero bellissimo!

Due giorni dopo però, quando cerca di ricordare quello che ha visto, nove volte su dieci ricorderà soprattutto uno dei paesaggi visti in salotto.

Il tale ha visto davvero un tramonto, ma ne ricorderà soprattutto quello che le oleografie gli hanno insegnato ad osservare…ovvero partirà dallo stesso punto di vista che gli è stato fornito dal pittore autore dei quadri del suo salotto… che a sua volta avrà ricordato e riprodotto sulla tela la forma che “aveva imparato” da qualcun altro…. a meno che, per casualità, non fosse tra quei pochissimi che sanno offrire all’umanità nuove forme e modi di vedere le cose!

Un atteggiamento di questo genere ovviamente risparmia energie, e il tentativo di voler vedere le cose con freschezza e in dettaglio, invece che nella loro generalità, è sicuramente molto più stancante..se non impossibile. Spesso non abbiamo il tempo né la possibilità di una conoscenza profonda.

Cosi ci limitiamo a notare un tratto, una caratteristica e riempiamo il resto dell’immagine con gli stereotipi che ci portiamo in testa.

Restiamo influenzati e nutriamo interesse per quelle forme che confermano e conservano il nostro repertorio di stereotipi, in modo da poter immaginare la maggior parte delle cose prima di averne effettiva esperienza e, se qualcuno prova a darci forme e caratteristiche che non combaciano all’istante con il nostro povero repertorio di forme acquisite e catalogate, esprimeremo subito il nostro disappunto perché questo qualcuno non ha saputo riprodurre le cose come sappiamo che debbono essere (ma che in realtà non sono).

Le versioni standard, oltretutto, intercettano anche le notizie prima che arrivino alla coscienza! Per questo motivo bisognerebbe vagliare sia le informazioni a disposizione per la pubblicazione di una qualsiasi notizia, sia le menti che le hanno filtrate e prodotte.

Una volta richiamato, uno stereotipo inonda di vecchie immagini “di repertorio”  la nostra visione fresca e immediata, proiettando ai nostri occhi ciò che la memoria ha fatto risuscitare.

Sono questi preconcetti che, se non siamo stati avvertiti dalla nostra educazione, incideranno profondamente nel nostro processo di percezione e formazione.

Dobbiamo ammettere però, che la necessità di economizzare l’attenzione è così inevitabile che voler abbandonare tutte le forme stereotipate impoverirebbe la nostra vita. Quello che conta di più allora, è la natura degli stereotipi e, soprattutto, il grado di credulità con cui li utilizziamo.

Così, quando adoperiamo i nostri stereotipi, dovremmo avere la consapevolezza di ciò che essi sono – stereotipi appunto – e considerarli senza troppo impegno, avendo la facoltà di poterli modificare a dovere!

Dobbiamo stare attenti, perché uno stereotipo può essere autorevolmente e coerentemente trasmesso di padre in figlio, tanto da sembrare quasi una certezza.

Dunque, i primi luoghi dove si deve iniziare a “combattere” e prendere coscienza di questo processo sono allora la famiglia, la scuola, la chiesa…e solo dopo le aggregazioni sociali e politiche.

E allora amici, finche non siamo in grado di valutare le differenze di formazione, dovremmo sospendere il giudizio sulle differenze “di natura”.

Se non sappiamo o non possiamo conoscere a fondo una cosa, non dobbiamo più avere l’arroganza di volerla screditare.

E per poter conoscere a fondo una cosa, dobbiamo essere in grado di saperla guardare da punti di vista differenti…perché ogni punto di osservazione differente, ci può fornire informazioni aggiuntive per la nostra conoscenza e per la nostra crescita.

Insomma, spero di aver stuzzicato abbastanza il vostro interesse e non vedo l’ora di scoprire il vostro punto di vista…questa volta, permettetemi, senza alcun tipo di stereotipo di mezzo! 😉

Un bacio grande a tutti voi”.

Anna Voig

“Stereotipi e luoghi comuni”: i preconcetti del nostro pensareultima modifica: 2011-05-24T22:27:00+00:00da liberatorusso
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7 pensieri su ““Stereotipi e luoghi comuni”: i preconcetti del nostro pensare

  1. …la mia scarsa fantasia e la tua semplicità protocollare, rendono perfettamente l’idea dell’invidia che un mostro sacro come philip roth prova per una stella contemporanea come isabel allende

    grazie per averci dimostrato, ancora una volta, che si può vestire un nudo d’autore, con un’abito di seta cucito con un filo di poesia…

    francesco

  2. Riccardo Barbi è molto bello, molto bella anche l’esposizione,
    Ovvio che non sei una mente che intende subire gli stereotipi per natura ed istinto.
    In effetti c’è una fase dell’età post-maturità e dei primi 10 anni di attività lavorativa nei quali prevale la tendenza a stereotipare ed omogeneizzare gli eventi e le informazioni alla conformità dei nostri archivi,
    sia per sentirsi piu’ sicuri con il mondo circostante, sia per sentire che stiamo conquistando il nostro ruolo, per economizzare come dici tu energie mentali, insomma per concludere gli adempimenti che abbiamo rimanendo in piedi la sera senza morire di stanchezza psichica avendo attribuito ad ogni problema un tempo massimo in minuti o mezzore o qualcosa comunque di programmato a tempo e a quantità.

    dopo alcuni anni, a me dopo i 25 anni ho voluto gettar via parte del mio modo di parlare, dei termini usati, delle cose di ruotine identiche, delle stesse espressioni di comunicazione, insomma ero stufo della forma=sostanza=risoluzione veloce dei problemi di comunicazione e del lavoro. Avevo capito che eravamo tutti uguali nel comportamento e questo ostacolava i sentimenti che stanno dentro e che devono caratterizzare la comunicazione e l’armonia fra le persone anche nell’ambiente lavorativo o sociale. da quel momento in poi ho assunto come fine quello di tornare indietro nel tempo nel senso di assumere uno sguardo piu’ tonico e meravigliato di fronte agli eventi come quello dei ragazzi, cercare di stupirsi osservando dettagli, cercando di non rispondere alle persone pensando di aver capito in anticipo quello che volevano dirmi perché già omogeneo con il mio limitato archivio. ho capito anche che le persone volevando un attenzione piu lunga e vera e che questo faceva loro molto piacere, voleva dire che era il miglior modo per stupirsi a vicenda e per
    emozionarsi di piu’, inventando nuovi modi di creare immagini di archivio.
    ho cominciato a guardare negli occhi le persone, a rimanere fermo e piu’ attento alla globalità delle immagini, suoni, espressioni e dati che mi arrivano, ho provato a lasciar rimescolare le carte dell’archivio e facendo questa cosa ho notato che col tempo l’elaborazione dei significato degli eventi puo’ essere integrato, modificato o rovesciato e poi di nuovo ricomposto, ho avuto la certezza che non c’è niente di statico e cristallizzato, per cui lo stereotipo forse necessario all’individuazione di un fenomeno lo concepisco come un feto che cresce e che pertanto va ricomposto nei suoi elementi che crescono tutti i giorni.
    un po’ come le norme giuridiche che vanno ogni giorno ricomposte nella filiera di quelle esistenti. E’ fatica all’inizio quando non hai la base, poi però è divertente ricomporre la realtà continuamente.

    questo non diventa una fatica col tempo, solo che i fenomeni, le immagini, i colori, i suoni, i sapori, le parole, i tramonti PER ME AVRANNO SEMPRE UNA PARTE FISSA CHE CONOSCO ED UNA VARIABILE DA SCOPRIRE E DELLA QUALE STUPIRMI ED EMOZIONARMI, POI integro il tutto, la parte fissa si completa però le variabili arrivano sempre ogni giorno, ci vuole tempo per scombinare o sradicare uno stereotipo. ma in ogni caso è possibile che a un certo punto dopo alcuni anni, sia facile riconoscere dalla realtà se un’informazione sommaria è falsa, un po’ come il film Matrix, tu vedevi solo la superficie carina ma non quello che si vede se togli l’involucro creato ed ingessato volutamente dai poteri mediatici, politici, storici, culturali, oltre che dalla nostra natura che tende a voler faticare di meno mentalmente.

    Brava Gio’ io so dove arriverai col tempo, sarai una narratrice molto brava, migliori giorno dopo giorno.

    stai aggiungendo sempre di piu’ allegorie simpatiche che hai di natura, perché quando parli sei bizzarra, in questo dosaggio migliorerai e ci stupirai sempre tutti, già lo fai anche con questo articolo, anche se argomentato con competenza e’ di grande interesse.

    Grazie a te Giovanna

  3. Cara Giovanna,ciò che in primo luogo hai fatto notare è che lo stereotipo riveste per noi un aspetto limitato, poichè ci troviamo ad operare in una piccola parte di superficie terrestre.Vediamo solo parti di un avvenimento pubblico. Di conseguenza le nostre opinioni su un determinato fatto, dovrebbero essere influenzate anche da ciò che altri hanno potuto osservare. Il simpatico esempio della zuffa, vista in modo differente da 40 persone, conferma quanto sopra esposto.: ognuno dà la sua versione.Come riferisci gli stereotipi coprono spazi importantissimi quali la pittura, la religione, la filosofia, la scultura, la politica, la morale. E’ interessante la valutazione di una opera artistica, che è limitata dai nostri personali stereotipi,perchè siamo quasi indolenti verso le riflessioni altrui. Solo col tempo, quando la nostra mente avrà filtrato maggiormente i vari caratteri saremo più obiettivi. Come noti giustamente è possibile che lo stereotipo ci faccia cadere nel preconcetto. Lo stereotipo va valutato senza troppo impegno, avendo la possibilità di modificarlo in futuro, senza ritenerlo una certezza, da tramandarlo di padre in figlio. Cara Giovanna mi complimento sinceramente: solita chiarezza in argomenti non facili. Devo aggiungere che hai provocato in me, modesto profano,una certa curiosità.Ho letto che lo stesso Walter Lippman che hai studiato a fondo, annovera gli stereotipi fra i pregiudizi.Non conosco la tua materia, ma la mia semplicità mi fa credere che i pregiudizi potrbbero essere forieri di azioni negative. Quando ne avrai tempo e voglia potresti forse chiarire questo Dubbio. Una magnifica giornata, Corrado.

  4. Cara Giovanna,ciò che in primo luogo hai fatto notare è che lo stereotipo riveste per noi un aspetto limitato, poichè ci troviamo ad operare in una piccola parte di superficie terrestre.Vediamo solo parti di un avvenimento pubblico. Di conseguenza le nostre opinioni su un determinato fatto, dovrebbero essere influenzate anche da ciò che altri hanno potuto osservare. Il simpatico esempio della zuffa, vista in modo differente da 40 persone, conferma quanto sopra esposto.: ognuno dà la sua versione.Come riferisci gli stereotipi coprono spazi importantissimi quali la pittura, la religione, la filosofia, la scultura, la politica, la morale. E’ interessante la valutazione di una opera artistica, che è limitata dai nostri personali stereotipi,perchè siamo quasi indolenti verso le riflessioni altrui. Solo col tempo, quando la nostra mente avrà filtrato maggiormente i vari caratteri saremo più obiettivi. Come noti giustamente è possibile che lo stereotipo ci faccia cadere nel preconcetto. Lo stereotipo va valutato senza troppo impegno, avendo la possibilità di modificarlo in futuro, senza ritenerlo una certezza, da tramandarlo di padre in figlio. Cara Giovanna mi complimento sinceramente: solita chiarezza in argomenti non facili. Devo aggiungere che hai provocato in me, modesto profano,una certa curiosità.Ho letto che lo stesso Walter Lippman che hai studiato a fondo, annovera gli stereotipi fra i pregiudizi.Non conosco la tua materia, ma la mia semplicità mi fa credere che i pregiudizi potrbbero essere forieri di azioni negative. Quando ne avrai tempo e voglia potresti forse chiarire questo Dubbio. Una magnifica giornata, Corrado.

  5. Cara Anna,

    ragionare per stereotipi è il modo più conveniente per poter parlare di tutto senza capire veramente nulla. Per avere un’opinione senza difendere alcun ideale o principio di base…Purtroppo è la scorciatoia che spesso scegliamo di percorrere anzichè fare quel poco di fatica per alimentare i meccanismi del nostro cervello e approfondire le dinamiche del mondo in cui viviamo. Ma diciamocelo: i messaggi che ci arrivano da più parti spesso sono scoraggianti e alla fine pensarla alla stesso modo o prendere a prestito le opinioni altrui alimentando il meccanismo dello stereotipo, …, è più facile. Personalmente continuo a credere che la diversità di pensiero arricchisce e quando c’è una sana difesa dei propri principi è bello argomentare le proprie ragioni anche se ciascuno resta sulle proprie posizioni. Se davvero ognuno di noi si sforzasse in questo senso, vivremmo in una società, sia civile che politica, migliore, dove il contradditorio tra le parti sarebbe sempre e comunque sinonimo di crescita morale….

  6. Cara Anna, purtroppo il mondo d’oggi è pieno di gente stereotipizzata dall’azione continua e violenta che hanno i mezzi di comunicazione, che sono di proprietà di pochi uomini che manovrano unpotere troppo forte.- Queste persone sono entrate in un vortice che li racchiude nel loro limitato spazio fatto da una routine quotidiana.- Per loro sarà sempre più difficile apprezzare tutto ciò che riguarda spazialità, aperture di ampio respiro, panorami e orizzonti equatoriali.- Grazie a Dio questa stereopaticità non appartiene nè a me, nè a te e cerchiamo di dare esempio agli altri che c’è un altro mondo oltre a quello della routine quotidiana.-

  7. Cara Anna, purtroppo il mondo d’oggi è pieno di gente stereotipizzata dall’azione continua e violenta che hanno i mezzi di comunicazione, che sono di proprietà di pochi uomini che manovrano unpotere troppo forte.- Queste persone sono entrate in un vortice che li racchiude nel loro limitato spazio fatto da una routine quotidiana.- Per loro sarà sempre più difficile apprezzare tutto ciò che riguarda spazialità, aperture di ampio respiro, panorami e orizzonti equatoriali.- Grazie a Dio questa stereopaticità non appartiene nè a me, nè a te e cerchiamo di dare esempio agli altri che c’è un altro mondo oltre a quello della routine quotidiana.-

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